I legami che non esistono.

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Certi legami non esistono ma ci sono. Di solito sono notturni, si risvegliano la sera come i gatti e le falene. 

Quella cosa senza nome che chiamiamo “spiritualità” è proprio uno Shibari dell’invisibile, è l’arte di intrecciare corde che non si vedono e stringere nodi immaginari.

 

Il primo nodo invisibile che intrecciamo nella vita è quello che ci lega a ciò che esiste ma non è alla portata dei nostri sensi. Credere che le persone e le cose continuino a esserci nel loro altrove, anche quando non sono lì con noi che ne testimoniamo l’esistenza, è l’espressione primordiale della fede.

Concedere questo credito di fiducia alla vita significa ammettere che il mondo non è una nostra rappresentazione. È un’ammissione di finitezza che segna il confine tra l’infanzia e l’età adulta, e non ha niente di banale. La fisica quantistica lo sa bene, e anche Kant, e anche Edipo con il suo enigma. “Conosci te stesso” significa proprio “Sappi che non sei tu il regista di questo film”. 

Io lo so che tu ci sei quando non ti vedo, mentre vivi la tua vita nella città che tutti chiamano America. Lo so senza averne una singola prova.  

 

Una forma più conosciuta di legame invisibile è quello che intrecciamo con chi ha lasciato il corpo ma continua a essere presente in noi che lo teniamo nella sede del ricordo: il “cor”. 

La fermezza di questo nodo è tale che viene da chiedersi se lasciare il corpo non significhi essere assorbiti nei corpi degli altri. Chissà se qualche tradizione ha mai osato immaginare che dopo la morte la nostra anima trasmigri nei corpi di chi ancora vive per essere custodita, almeno provvisoriamente, in uno scrigno di amorevole memoria. 

So con certezza che in me accadono continuamente incontri, confronti, dialoghi, e persino liti, conflitti e scontri con chi ho amato e perso, e anche con chi non ho mai conosciuto. La trisavola trovatella di cui nessuno ricorda il nome. La nonna che tagliava a metà le arance e mi autorizzava a tuffarci dentro tutta la faccia come se fossero tinozze. 

Chissà perché te ne sei andata così presto. Eppure non mi hai lasciata.

 

Il bello di queste corde invisibili è che sono lievi, e non domandano.

Non accade come nelle relazioni grossolane, che gravano sul tempo e sulle spalle. Oltre i limiti dei corpi e delle loro pesantezze ci sono stanze sconfinate da riempire di legami. Immense sale da ballo, pavimenti lucidi su cui scivolare insieme, sospesi nell’aria come Anastasia Romanova la sera del suo decimo compleanno.

In queste sale io mi attardo spesso a parlare con il pianista dei Notturni vellutati, con il poeta che amava le erbe spontanee, con il viandante indiano che ha incontrato il Buddha e non l’ha riconosciuto.

 

Il potere dei legami invisibili è straordinario, e con un po’ di allenamento ci si può spingere molto in là.

Da qualche tempo, per esempio, ho scoperto che è possibile annodare a sé persino chi non è mai nato.

Questo nodo grande come il flagello di una cellula salata, fragile come incontro mancato per un pelo, ha la robustezza di una corda che non si spezzerà mai.

Sarai per sempre il mio aquilone. 

 

Eppure tutti questi nodi invisibili non sono altro che prototipi, campioni, miniature maldestre del legame immaginario più importante, quello che non si annoda.

È il legame della vera nostalgia, la corda dell’ascensione che pende dal cielo come un ricciolo d’oro per riportare a casa chi sa vederla. Questo legame con il cielo, con l’abisso, con il suono che da lontano ripete il nostro nome è racchiuso in tutti gli altri e trascende ogni cosa. Si afferra in un istante.

Anche lui si manifesta di notte, mentre il corpo del mondo è assorbito dal sonno, e ogni essere umano che vegli può illudersi di essere solo al mondo.

 

Sola, insieme a te che ti chiami Anima.

 

Anastasia Romanova, forse ritratta nel giorno del suo decimo compleanno

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